Knockin’ on Heaven’s Doors

di Paolo Zuliani, architetto e designer

Percorso alla scoperta di un elemento importante dei nostri ambienti, prima parte.
Porta porta, perché non dici, perché non racconti, solo confini racchiudi, proteggi, nascondi, celi o sveli, intimorisci e consoli.

PORTA: secondo la leggenda i latini tracciando i confini della città usavano  sollevare l’aratro in corrispondenza all’area dove sarebbero state realizzate le porte delle mura. Si alzava l’aratro per non interrompere il continuum tra mondo esterno ed interno, tra il dentro e il fuori, altrimenti definito da mura.
Quindi portare significa sollevare, verbo che tuttora mantiene il significato originario e cioè sollevare e spostare da un luogo all’altro.
Infatti quando si porta qualche cosa, questo è sollevato da terra.
L’origine della parola può essere anche ricondotta al dio latino Portunus o Portumnus, numen dei passaggi, rappresentato con le chiavi in mano, protettore delle porte.
La radice del nome è indoeuropea e deriva da “protu”, da cui la derivazione “peretu”, con significato di passaggio e specialmente di ponte o guado. ma anche a un richiamo alla vita sulle palafitte dei progenitori latini, ad un attraversamento di acque, ad un porto per le imbarcazioni, ad una porta di villaggio.

La porta costituisce una metafora fortissima e ricca di segni simbolici. Ne indico alcuni quali: la porta del Purgatorio, le sette porte di Tebe, le porte della città, le porte dell’Averno, la porta della stalla o “che de braide o dal broili”. Tutte hanno una caratteristica comune ovvero segnano un confine, una situazione, un momento, una distinzione tra due luoghi, tra due condizioni fisiche o spirituali.
Resta il fatto che oggi come ieri alla porta è affidato il compito di garantire una continuità “chiusa” tra due elementi murari o di qualsiasi altro materiale; delicatissimo connubio tra materiali con resistenze diverse, il muro e il materiale per antonomasia usato per le porte, il legno.

Ecco il perché delle porte corazzate, armate, blindate, rivestite in metallo, con cardini possenti, con travi e meccanismi per garantire una continuità alla valenza resistente del manufatto. Ecco il perché delle porte afone in grado di proteggere dai rumori, ecco perche le porte in vetro per poter essere chiusi ma non nascosti, comunque tutte sollevate, tutte sospese: porte, appunto.

Nella sua storia,la porta nelle prime case, unico “foro”  letto come “incidente necessario” nella muratura della costruzione aveva le funzioni di ventilazione, di illuminazione e d’ingresso: il concetto di porta era relegato quindi ad una porta esterna.

C’è da dire che, con la grande rivoluzione costruttiva dei greci e dei romani dopo, con l’introduzione dell’arco, dell’architrave possente, degli elementi mutuamente contrapposti, si assiste ad un allargamento delle dimensioni, della “luce” delle porte.

Ecco un’altra riflessione: si misura la porta per la sua “luce”, per la sua dimensione in grado di far entrare la luce naturale, ma qui mi fermo.

La storia della porta interna, intesa nell’accezione stereotipata di oggi (cosa ci viene in testa pensando alla porta interna boh?) è un storia relativamente recente: solo con la rivoluzione costruttiva del diciottesimo e diciannovesimo secolo, la partizione dei locali è finalmente svincolata dalle funzioni portanti delle murature.

E soprattutto la porta, liberata dalle ansie costruttive e dalle preoccupazioni strettamente funzionale diventa “oggetto” degno di attenzione decorativa, lo stesso foro diventa ricco, con stipiti e architravi, con lesene e timpani.
Anche le parti meccaniche, cardini, staffe, regge, maniglie diventano oggetto di una ricerca stilistica.

La stessa porta assume quindi un ruolo importante nella composizione delle facciate, con regole precise, con tracciati ordinatori legati alle regole auree.

La porta diventa così mostra di se stessa, elemento decorativo.


Parte seconda

Parliamo di porte per gli interni, ossia per i locali e i vani che costituiscono un’abitazione,un ufficio o quanto altro.

E’ evidente che le prestazioni della porta interna, rispetto a quella originaria (forti e soprattutto resistenti in tutte le parti)sono minime e semplici se si escludono quelle porte “prestazionali”afone o resistenti al fuoco.

Nelle abitazioni civili dei primi anni del secolo scorso, le porte interne erano costituite prevalentemente da elementi in legno massello,direttamente verniciato o negli esempi più nobili, la tecnica del “placcaggio” o della “cartella” di legno nobile rendevano importante e unico il manufatto.
Il fatto più importante di tutto questo enorme lavoro artigiano, era il trattamento e la preparazione del legno per le porte, scelto e soprattutto essiccato, con tecniche sublimi per la sua perfetta stabilità nel tempo: le problematiche del legno massello ai giorni nostri sono perfettamente conosciute e perfettamente trascurate: il legno “naturale”, il massello non si usa più se non in casi molto rari, relegati a produzioni esclusive che molte volte diventano problematiche se rapportate ad una realtà organizzativa industriale.
La bottega, la falegnameria, l’artigiano, “il marangon per porte e finestre” non esistono più a causa di vari fattori, tra i quali sicuramente i costi elevati dell’esercizio: l’industrializzazione ha cancellato tanti gesti e saperi, anche se in molte aziende la conoscenza e la ricerca si è evoluta  e la tradizione, l’esperienza non è stata dispersa.

Paradossalmente, si sarebbe potuto pensare che l’industria, l’organizzazione produttiva, non fossero altro che una sorta di sommatoria di tante botteghe, di tanti artigiani, di tanti saperi, ma non è andata così: nella maggioranza dei casi, la vocazione al legno non è un requisito richiesto nella produzione o nell’assistenza alle macchine.

Eppure, anche nelle grandi realtà produttive, esiste un angolo, una stanza, un reparto dove, nonostante tutti i controlli, nonostante tutte le certificazioni di qualità, si lavora con sgorbie, con pialle, con scalpelli, con colle naturali e con antiche sapienze per poter soddisfare una richiesta sempre maggiore per i “fuori misura” e per le richieste particolari: segno evidente di desiderio di identificazione e di distinzione di chi vuole una porta esclusiva, solo per la sua casa”.

Il problema, al di là di tutte le possibili parole, resta il cuore, l’anima artigiana, la finitura, l’amore per le cose. Già la finitura: la parola dovrebbe essere un assoluto: la finitura è la finitura. Punto.

Invece oggi esistono gradi di finitura diversi, commisurati al livello di importanza, al livello del prestigio e soprattutto del costo. E soprattutto per finire, per organizzare l’opera affinche sia finita ci vuole ancora la mano e il cuore.

La finitura che una volta era la norma, ora diventa eccezione, elemento di vendita e non di sostanza “non vede che grado di finitura”, “non capisce come sono finite o rifinite”, “ma guardi nonostante le macchine e nonostante sia un’industria, sembrano finite a mano”.


Parte terza

Anche per produrre le porte oggi si corre come matti dietro alle macchine, mentre dovrebbero essere queste a seguirci secondo la loro natura subalterna all’uomo. E invece spesso il professionista si sente dire che: “per quella porta non riesco perché la macchina arriva fino a quella luce”, oppure, “non riesco a produrre un’anta sola perché la pressa”… e così via.

Anche il cantiere è diventato una sofferenza: se per le capacità costruttive sempre più livellate in basso si procede con tolleranze sempre più pietose, per le porte non è così e molte volte, si assiste alla diatriba del muro fuori piombo ed alla porta perfetta nelle sue componenti, con enorme disagio, con enorme sofferenza o insofferenza del posatore.

A tutto questo si somma la festosa giungla delle parti meccaniche, dei cardini, delle cerniere dei sistemi di chiusura, degli accessori, delle maniglie, eredità trasformata del classico saltello o traverso in abete a serrare le porte antiche.

Di fondamentale importanza questo aspetto della porta, il cui battente molte volte “dipende” per forma, per tipicità, per sistema e grado di protezione, dalle componenti meccaniche che paradossalmente hanno determinato l’evoluzione della tipologia della porta stessa.
E’ comunque vero che, la ricerca formale, il gusto per la decorazione, per la “singolarità” della porta, per l’unicità in un fabbricato residenziale viene concentrata soprattutto per la porta esterna, quella che si “mostra” fuori dalla casa, mentre per le interne, si preferisce soprattutto un unico modello, neutro, che si integri e si fonda con le pareti, o che si estranei completamente da esse: comunque tutte uguali. Quasi che tutto il carattere dell’edificio si concentri sul portoncino d’ingresso.

La porta interna è la grande protagonista della ricerca di questi ultimi decenni, ricerca che molte volte ha generato dei prodotti di altissimo livello.

Resta singolare il fatto che dalla porta antica ai nostri giorni, si sia perpetuato l’inossidabile concetto del battente legato al muro, sollevato da terra, portato, quindi “Porta” sia.

KNOCKIN’ ON HEAVEN’S DOORS